Collettivo Antigone, un viaggio nelle pieghe della coscienza

C’è bisogno di proteggere e custodire le leggi naturali di ogni essere vivente

Collettivo Antigone, un viaggio nelle pieghe della coscienza

Antigone sa che un defunto merita sepoltura e sa che le leggi umane non possono impedire alle leggi naturali di affermarsi

 

Copyright: Francesco Malavolta

Quando si comincia a guardare anziché vedere e ad ascoltare anziché sentire, lì ha inizio la vera bellezza: la conoscenza dell’altro.

L’altro, però, altro non è, perché il migrante, qualsiasi sia la sua provenienza o la ragione per cui è fuggito dal suo Paese, è come noi. Ha semplicemente avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo.

È la decostruzione dell’idea di altro e la creazione di nuovo meraviglioso noi ad essere il punto di partenza di Collettivo Antigone, nato dal solo comune multiplo di rendere giustizia a chi – dopo lunghi viaggi in mare che sanno tanto di infinito – non possiede gli strumenti per appropriarsene autonomamente.

Di questo e molto altro ne abbiamo parlato con Maria Grazia Patania, l’ideatrice del Collettivo siciliano.

Cos’è Collettivo Antigone, quando nasce e perché proprio Antigone?

“Collettivo Antigone nasce nel Giugno 2015, da una mia idea che covavo da un po’: l’anno prima, infatti, visitando per volontariato il centro di prima accoglienza di Augusta (SR), mi resi conto che il tutto veniva gestito in maniera del tutto emergenziale e dei ragazzi che passavano di lì non rimaneva traccia.

L’idea fondamentale fu allora quella di mantenere una memoria storica, ragion per cui la parte più importante del nostro sito è quella intitolata «I figli della fortuna». Essa raccoglie le storie dei ragazzi che ho incontrato nel corso degli anni. Da lì è poi diventato un collettivo grazie al contributo di altre tre ragazze e amiche, accomunate dall’idea di non voler diventare un’associazione. Proprio per mantenere quella caratteristica spontaneità non regolata da gerarchie.

Invece, il nome Antigone – in perfetta coerenza con l’eroina greca scomoda e integerrima – deriva dalla necessità di dare simbolicamente una tomba, un nome, una storia, un’identità, a tutti quei defunti a cui veniva negato il diritto inalienabile alla sepoltura.”

Quali sono i capisaldi del vostro gruppo?

“Anzitutto, uscire dalla retorica dei numeri; i racconti narrano di persone realmente esistite ed esistenti. Dunque, uscire dalla narrazione tossica della migrazione come massa informe di esseri umani, che arrivano nel nostro Paese senza che ne si conosca la ragione e recuperare l’individualità di chi incontravamo: i loro sogni, le loro storie, il motivo del viaggio, mediante un percorso dal macro al micro.” 

Quali sono le tematiche da voi affrontate generalmente?

“L’immigrazione, che funge da fulcro per il resto degli argomenti, costituisce il novanta per cento della nostra attività. In aggiunta a questo, però, abbiamo avuto modo di parlare, durante i nostri incontri nelle scuole e all’interno degli articoli presenti sul nostro sito, di donne, di sostenibilità ambientale, del corpo delle donne. Il punto di riferimento, però, anche in quest’ultimo caso rimaneva sempre l’immigrazione, nonostante le testimonianze fossero tutte riconducibili a uomini.

Tra i racconti, infatti, nessuno riguarda le donne, poiché esse – nella maggior parte dei casi – vengono indirizzate presso strutture ancora più protette, perché esposte a più pericoli.”

C’è qualche collaborazione – tra le tante – degna di maggior nota?

Copyright: Francesco Malavolta

“Tre collaborazioni con tre fotografi differenti sono degne di nota, sia per il lavoro che svolgono sia per i riconoscimenti ottenuti nel corso della loro carriera, anche a livello internazionale. Il primo è Francesco Malavolta, nostro compagno dagli albori, fotografo calabrese e siciliano d’adozione, che lavora nel settore dell’immigrazione da più di vent’anni e che ha sposato il nostro progetto d’informazione e condivisione di storie; il secondo è Antonio Parrinello, fotografo catanese di Reuters, che si occupa di migrazione e sbarchi da molto tempo e che insieme al suo team ha vinto pochi anni fa il premio Pulitzer per la copertura dell’immigrazione; il terzo è Alessio Mamo, anche lui catanese, vincitore per due volte del World Press Photo nel 2018 e nel 2020.

Con alcuni di loro e con il fotoreporter di guerra Luca Pistone, siamo andati nelle scuole a trasmettere anche ai più piccoli cosa vuol dire immigrazione, anche e soprattutto attraverso le loro immagini che, delle volte, valgono più di mille parole.”

Quali ritieni che siano le esigenze del momento in relazione all’importante periodo storico che stiamo vivendo? Di cosa c’è bisogno?

“Credo che al momento ci sia bisogno di concretezza, ovvero, di andare al di là della retorica della migrazione come invasione. E c’è bisogno di informazione: l’impianto del diritto internazionale è abbastanza chiaro, le tutele legislative le abbiamo, così come gli strumenti per proteggere le persone. Ciò che manca realmente è la volontà di farlo.

Quella che noi percepiamo – attraverso i mass media – come emergenza, in realtà è un’emergenza etero indotta, cioè indotta dal fatto che la si gestisce come tale. Infatti, se i numeri – a primo impatto elevati – fossero gestiti in maniera razionale non creerebbero grandi problemi. Il problema è la tutela.

Inoltre, l’esigenza è quella di creare un nuovo ordine culturale, che passa anche e soprattutto attraverso l’uso corretto del linguaggio. Sono infatti da ripulire espressioni come clandestino o migrante illegale, da sostituire con irregolare.”

Qual è la più grande lezione di umanità che hai come persona o avete come gruppo appreso in questi anni di operato?

“La cosa che ho imparato con assoluta certezza – divenuta la mia stella polare su cui non ho mai vacillato in questi anni – è che si continua a parlare di noi e loro. Loro come specie di ectoplasma, massa informe senza identità, in realtà non c’è nessun noi e nessun loro. C’è soltanto un noi: io sono più simile a un qualunque uomo/donna del Mali che a chiunque non si sia mai mosso da casa sua in Italia, perché non ha nessun interesse nel farlo. Io per prima sono stata migrante, con il rilevante dettaglio che l’ho fatto con un passaporto europeo in uno spazio Schengen. Non ho dovuto sopportare l’umiliazione dovuta alla mancanza di documenti, non ho dovuto subire la condizione di precarietà, non ho dovuto patire il freddo. Questa è l’unica differenza, per il resto, per tutto il resto: loro sono come noi, esseri umani.”

 Infine, quale messaggio ti senti di lanciare a chi leggerà questa intervista in termini di accoglienza e aiuto nei confronti del prossimo?

Il mio messaggio è quello di sporcarsi le mani, mettere da parte i pregiudizi e cercare di capire. Perché chi è apriori contro il migrante, al 99% con il migrante non ci ha mai neanche parlato. Siccome, purtroppo, la maggior parte dell’accoglienza è informale, visto che sono venuti a mancare i pilastri dell’accoglienza formale, c’è sempre più bisogno di volontariato, di fare qualcosa. Il mio consiglio è quello di avvicinarsi a passi felpati e con criterio ai migranti, tramite una Parrocchia, un centro di prima accoglienza, la comunità sotto casa più vicina.

È in quell’esatto momento – riallacciandoci all’incipit della nostra intervista – che avrà inizio la vera bellezza, quella che risiede in due occhi capaci di trasmettere, più di chiunque altro, profondità, sogni, speranze e umanità. Quella che Collettivo Antigone ha posto alla base di ogni sua iniziativa e che oggigiorno, purtroppo, sembra sempre più mancare.

 

GIORGIA GIANGRANDE

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Giorgia Giangrande