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	<title>carcere - Proposte-UILS</title>
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	<description>I nostri articoli vi tengono aggiornati</description>
	<lastBuildDate>Fri, 04 Oct 2024 18:06:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La morte di Amini ha aperto il vaso e ne sono usciti tutti i mali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Cassano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2024 18:06:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un altro anno è passato ma la violenza del Governo iraniano sembra non volersi placare</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un altro anno è passato ma la violenza del Governo iraniano sembra non volersi placare</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il 2023 è stato un anno di estrema violenza in Iran e gli episodi di arresto e le condanne a morte sono aumentate nonostante la ferma opposizione internazionale</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Settembre è arrivato alla fine con i giorni strappati uno ad uno dal calendario, abbiamo salutato l’estate e accolto le foglie cadenti dell’autunno; eppure, il problema della condizione femminile rimane ancora drammatico e nulla sembra essere cambiato nonostante le innumerevoli proteste in Iran come nel resto del Mondo.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il 16 settembre sono trascorsi due anni da quando la polizia religiosa ha fermato Mahsa Amini, una giovane donna iraniana di ventidue anni, in vacanza con la famiglia nella capitale del Paese. Viene fermata perché, a detta degli agenti coinvolti, la giovane non rispetta appieno la legge sull’obbligo del velo del 1981 (poi modificata nel 1983), ritenendola colpevole di indossare l’<em>hijab</em> non correttamente e facendo intravedere parte della capigliatura. La giovane Mahsa viene arrestata e tre giorni dopo muore per un malore (si parla di infarto) eppure il corpo mostra segni di tortura e percosse. La polizia insiste sul decesso per cause naturali, il Governo sostiene i suoi “scagnozzi”, il popolo inizia a protestare…</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">L’opinione pubblica si spacca, tra chi appoggia la linea conservatrice del Governo e chi, invece, non accetta che la donna venga sminuita, ritenuta inferiore all’uomo e sottoposta ad una serie di limitazioni. La protesta per la morte di una giovane amica, sorella e figlia dell’Iran si trasforma ben presto in un messaggio molto più ampio, un messaggio di speranza contro la nuova politica religiosa del Governo iraniano che ha disatteso le aspettative popolari e ha trasformato il Paese in un luogo di punizione e controllo.</p>
<figure id="attachment_2538" aria-describedby="caption-attachment-2538" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-2538 size-medium" src="https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/10/candele-amini-cerimoniale-300x158.jpg" alt="" width="300" height="158" srcset="https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/10/candele-amini-cerimoniale-300x158.jpg 300w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/10/candele-amini-cerimoniale-1024x539.jpg 1024w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/10/candele-amini-cerimoniale-768x404.jpg 768w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/10/candele-amini-cerimoniale-1536x808.jpg 1536w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/10/candele-amini-cerimoniale-2048x1077.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-2538" class="wp-caption-text">foto da Freepik</figcaption></figure>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La morte della giovane Mahsa Amini diventa la scintilla su un tizzone già pronto ad incendiarsi e la protesta divampa; la reazione governativa non si fa attendere e iniziano una serie di azioni militari per sedare le varie proteste ed i media internazionali mostrano vere e proprie guerriglie cittadine – in tutto il Paese – con una grande quantità di arresti sommari e conseguenti condanne di morte.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In seguito alla morte di Mahsa il gruppo di attiviste femministe sotto lo slogan di <strong>Donna, Vita e Libertà</strong> inizia ad intraprendere una serie di manifestazioni (tutte rigorosamente pacifiche) per mostrare che le donne non accettano ciò che viene fatto contro di loro e le limitazioni alle quali sono soggette. A quelle prime forme di dissenso sono seguite delle brutali azioni repressive da parte del Regime nazionale che ha imposto la linea della forza e delle armi; i dati – <a href="http://= https://www.amnesty.it/iran-picco-di-esecuzioni-nel-2023/">frutto del monitoraggio di <strong>Amnesty International</strong></a> – palesano una situazione di dittatura vera e propria: nel 2023 sono state messe a morte ben 481 prigionieri che appare sempre più chiaro vengono imprigionati solo perché contrari alla linea politico-religiosa del Regime. Scorrendo tra i nomi (molti giovanissimi) dei condannati a morte si può leggere che sono colpevoli di aver ucciso soldati durante la loro azione di protezione ma si ometterebbero i segni (rinvenuti dalle autopsie, anche se concesse raramente dal Regime stesso) sul loro colpo che mostrano, senza ombra di dubbio, di essere stati vittime di torture, elettroshock ed abusi sessuali. Barbarie legalizzate che vengono denunciate da anni ma che continuano ad essere ignorate.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Per i Governi occidentali risulta più conveniente continuare a pensare all’Iran come ad un alleato o, quantomeno, non come un nemico dichiarato e perciò non c’è una reale intenzione di schierarsi contro queste ingiustizie.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">I familiari di Mahsa Amini continuano a piangere la loro perdita ma, oggi, non sono più soli (migliaia di altre famiglie sono state smembrate e lacerate) e quel dolore sembra urlare fino a qui e mentre il Governo sta trasformando l’Iran in un grande cimitero, la costanza della protesta mostra che non riusciranno a seppellire la speranza che continua a vivere alimentata attraverso le mille voci dissidenti, tra le tante anche quelle di <strong>Donna, Vita e Libertà</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Masha Amini si è spenta a soli ventidue anni ma si può dire che la sua immagine è, ormai, immortale; è diventata un simbolo e la storia ci insegna che perdurano in eterno e con essi la speranza di vedere la fine della tirannia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per approfondimento consigliamo altro <a href="https://www.proposte-uils.it/le-attiviste-iraniane-chiedono-che-la-questione-in-iran-non-sia-dimenticata/">articolo-intervista a tre attiviste di Donna, Vita e Libertà di Firenze</a>, realizzata un anno fa.</p><p>The post <a href="https://www.proposte-uils.it/la-morte-di-amini/">La morte di Amini ha aperto il vaso e ne sono usciti tutti i mali</a> first appeared on <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.proposte-uils.it/la-morte-di-amini/">La morte di Amini ha aperto il vaso e ne sono usciti tutti i mali</a> proviene da <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p>
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		<title>Le facce del dissenso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Cassano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2024 15:02:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Alexei Navalny]]></category>
		<category><![CDATA[assange]]></category>
		<category><![CDATA[assassinio]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; Il seme della protesta può raggiungere ognuno di noi basta saperlo riconoscere A</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il seme della protesta può raggiungere ognuno di noi basta saperlo riconoscere</p>
<blockquote>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">A partire da due personalità molto diverse tra di loro (Assange e Naval’nyj) trattiamo il tema della protesta e la persecuzione fisica ed emotiva che i governi attuano per far tacere le voci ‘fuori dal coro’</p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">“Un uomo può uccidere un fiore, due fiori, tre… Ma non può contenere la primavera.” Questa frase mostra la potenza del pensiero di un uomo indomabile quale fu Mahatma Gandhi che probabilmente era consapevole di rischiare la morte per questa sua visione globale ed unitaria. I tempi sono cambiati ma il bisogno di protestare sembra essere immutato perché poco è cambiato sul fronte della prepotenza e dell’ingiustizia.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Il 16 febbraio 2024, infatti, il dissidente russo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Aleksej_Naval%27nyj">Aleksej Naval’nyj</a> moriva in un carcere di massima sicurezza a Charp (Russia siberiana nord-occidentale) indignando in modo molto profondo la comunità internazionale che, con la sua morte, sembra aver preso definitivamente atto di essere spettatori di un vero e proprio totalitarismo in terra russa.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ci si è raccolti in numerose manifestazioni silenziose per commemorare le parole di resistenza dell’attivista e per non dimenticare; ora il testimone sembra essere passato alla moglie Julia Naval’naja che sta occupando quel posto rimasto vuoto denunciando apertamente Putin per aver assassinato il marito pur di farlo tacere.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Basterebbe questo per far indignare ma non è tutto qui: in questi giorni, in Inghilterra, si è deciso (per ora) di non procedere al rimpatrio negli Stati Uniti d’America di un altro uomo (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Julian_Assange">Julian Assange</a>) colpevole di aver reso pubbliche le ingiustizie della guerra per mano del governo a stelle e strisce. Il giornalista ha mostrato i crimini di guerra statunitensi perpetuati ai danni del popolo iracheno nella guerra in Iraq attraverso l’utilizzo di immagini secretate dal Pentagono.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Ciò che appare evidente è che il mondo, nei confronti del cofondatore e caporedattore dell’organizzazione divulgativa WikiLeaks, sembra avere un sentimento meno empatico (rispetto al defunto dissidente russo) e questo in larghissima parte è una conseguenza della campagna di denigrazione mediatica fatta ai suoi danni dagli Americani negli anni passati.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Etichettato come cospiratore è stato braccato e, da allora, vive privo di libertà in attesa di una assoluzione che, probabilmente, non avverrà mai perché confermerebbe una colpevolezza che il governo statunitense non è pronto ad ammettere. È attualmente incarcerato nel Regno Unito presso la prigione Belmarsh di Sua Maestà in attesa di estradizione negli Stati Uniti dove gli aspetta una condanna pesantissima. Le informazioni di cui Assange si servì provenivano dal lavoro dell’allora analista dell’intelligence statunitense Manning che fu condannata nel 2013 a 35 anni di reclusione (scarcerata definitivamente, ma non senza ripercussioni, nel 2020) e colpevole di aver reso pubblici materiali ritenuti top secret e di aver reso più vulnerabile la governance statunitense.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-2405 alignleft" src="https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-megafono-300x200.jpg" alt="Immagine a fumetto con una ragazza di profilo con megafono che strilla qualcosa, sfondo giallo, colori nero e rosso" width="300" height="200" srcset="https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-megafono-300x200.jpg 300w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-megafono-1024x683.jpg 1024w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-megafono-768x512.jpg 768w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-megafono.jpg 1500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Entrambi questi uomini (sia Naval’nyj che Assange) hanno mostrato una ferma opposizione ad un  potere autoritario e prevaricatore; scegliendo di seguire una strada alternativa rispetto all’ingiustizia e alle prepotenze ed entrambi hanno pagato a caro prezzo (seppur in modo differente) questo desiderio di libertà.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">La morte di Naval’nyj ha indignato l’opinione pubblica internazionale perché si è trattato tra le altre cose della personalità più importante a livello mediatico presente in Russia oltre ad essere il maggiore antagonista del leader russo Vladimir V. Putin. Proprio attraverso le dirette streaming Aleksej ha smascherato le prevaricazioni che i suoi concittadini stavano patendo per mano di Putin ed ha permesso al mondo di conoscere meglio il popolo russo e le derive autoritarie del loro leader.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Naval’nyj sembra essere morto per un arresto cardiaco e Putin, qualche giorno dopo, si è mostrato in un video messaggio nel quale parlava di una scarcerazione con scambio di prigionieri già programmata e di una casualità non voluta ma non ha fatto altro che acutizzare quel senso di consapevolezza di essere di nuovo di fronte ad un tiranno.</p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">In questo stesso momento centinaia di prigionieri sono in attesa di condanna a morte in Iran (un altro paese che ha smarrito la democrazia) e si uniscono alle facce più o meno note che hanno provato e provano a rendere il nostro mondo più umano e giusto. Le storie di questi dissidenti ci chiedono di non aver paura di opporci alle ingiustizie e di credere che un cambiamento possa essere possibile; ma dobbiamo ricordare che le ingiustizie possono insinuarsi anche nelle terre democratiche, le terre della libertà e del benessere e che tutti noi siamo chiamati a vigilare.<img decoding="async" class="size-medium wp-image-2406 alignright" src="https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-pugni-300x168.jpg" alt="foto che riprende una serie di mano alzate, manifestanti" width="300" height="168" srcset="https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-pugni-300x168.jpg 300w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-pugni-1024x574.jpg 1024w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-pugni-768x431.jpg 768w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-pugni-800x450.jpg 800w, https://www.proposte-uils.it/wp-content/uploads/2024/05/facce-dissenso-pugni.jpg 1500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: justify;">Chissà cosa avrebbe detto Gandhi, se non fosse stato ucciso anzitempo; magari che “ la verità non danneggia mai una causa che è giusta” e con queste sue parole evocative dobbiamo ricordarci sempre da che parte stare e sostenere le facce del dissenso.</p>
<p>Suggeriamo la lettura dell&#8217;articolo<a href="https://www.proposte-uils.it/lamerica-nei-due-conflitti-piu-importanti-accordo-o-disaccordo/"> L&#8217;America nei due conflitti più importanti:accordo o disaccordo</a>, nel quale trattiamo il ruolo strategico e (spesso) condizionante statunitense.</p><p>The post <a href="https://www.proposte-uils.it/le-facce-del-dissenso-assange-navanlyj/">Le facce del dissenso</a> first appeared on <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.proposte-uils.it/le-facce-del-dissenso-assange-navanlyj/">Le facce del dissenso</a> proviene da <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p>
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		<item>
		<title>“Parole Liberate”, ritorna il celebre concorso musicale riservato ai detenuti</title>
		<link>https://www.proposte-uils.it/parole-liberate-ritorna-il-celebre-concorso-musicale-riservato-ai-detenuti/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=parole-liberate-ritorna-il-celebre-concorso-musicale-riservato-ai-detenuti</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Proposte UILS]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 12:14:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[andrea chimenti]]></category>
		<category><![CDATA[baracca e burattini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Parole Liberate” è un concorso aperto alle persone detenute nelle carceri italiane ideato dal giornalista</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Parole Liberate” è un concorso aperto alle persone detenute nelle carceri italiane ideato dal giornalista Michele De Lucia, dall’attore Riccardo Monopoli e dall’autore Duccio Parodi.<br />
L’associazione omonima dà la possibilità ai detenuti di presentare una lirica e vincere una vera e propria produzione discografica a partire dal testo, con la collaborazione di artisti di primo livello.<br />
Il premio ha raggiunto grandi risultati sin dalle prime edizioni. In particolare, il testo risultato vincitore per l’edizione 2015/2016 è stato letto da Gabriel Garko nel corso della serata finale del Festival di Sanremo. Tra i grandi artisti che hanno contribuito a musicare i testi vi sono stati Ron, Virginio Simonelli, Enrico Maria Papes, Petra Magoni e Finaz.<br />
Durante il periodo di stop forzato imposto dalla pandemia “Parole Liberate” ha portato avanti il proprio progetto pubblicando nell’aprile 2022 un album omonimo prodotto da Paolo Bedini (Baracca &amp; Burattini), che ha raccolto insieme i migliori testi tra quelli che hanno concorso al premio.<br />
Il filo conduttore di questo straordinario <em>concept album</em> è la condizione delle persone detenute. Dopo essermi innamorato di brani come “La finestra” di Yo Yo Mundi, o “L&#8217;immagine di te” di Andrea Chimenti e Gianni Maroccolo, ho colto al volo l’opportunità di intervistare il Presidente dell’Associazione per comprendere il loro punto di vista sul rapporto tra musica e devianza.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;"><em><span style="font-size: 14pt;">Dopo la pubblicazione di un album omonimo con i brani più belli il concorso è pronto a ripartire per una nuova edizione nel 2024</span></em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.</strong>: <strong>Michele De Lucia, l’album “Parole Liberate” contiene testi composti da detenuti che trattano temi di esclusione sociale, solitudine, rimorso, ma anche di volontà di riscatto e di speranza in un futuro migliore.<br />
Sorprende il contrasto tra la qualità di questi brani e quelli invece che oggi vanno per la maggiore tra i giovani. Infatti, i brani che scalano le classifiche su Youtube e Spotify sono brani rap di bassa qualità che spesso inneggiano alla criminalità. Lei come interpreta  questo fatto?<br />
</strong>M.D.L.: <em>Fai sempre domandine così da niente? Sarei tentato di darti la tipica risposta, passami il termine, “paracula”, tipo: “ogni generazione ha la sua musica” o “in fondo la trap è il sintomo di un disagio reale”. Preferisco essere onesto: trovo quella roba totalmente non interessante, una perfetta colonna sonora da social, tutta immagine e niente sostanza. Se, come hai giustamente fatto notare, metti della roba finta accanto alla sofferenza – e alla vita &#8211; vera dei detenuti, la differenza si vede subito, ed è un abisso.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.</strong>: <strong>Qual è secondo Lei la funzione rieducativa di questo tipo di concorsi per i detenuti e quanto è importante che il tema del carcere raggiunga un pubblico vasto?<br />
</strong> M.D.L.: <em>In realtà non amo molto il termine “rieducazione”, perché più che a qualcosa di positivo, mi fa pensare alla “cura Ludovico” di Arancia Meccanica o alla violenza di qualche Stato totalitario. Detto questo, credo che iniziative come la nostra possano essere, per le persone che vivono un’esperienza drammatica e di rottura quella del carcere, un aiuto prezioso, un innesco, una scintilla per provare a ripartire, un’occasione per far conoscere il proprio talento.</em> <em>Il carcere non ha senso se si risolve in un parcheggio, in un non-luogo di cui si finge di ignorare l’esistenza, come se non fosse anche quella una parte della società. Nella nostra iniziativa non c’è niente di “buonista”, piagnone o consolatorio: non ci sentirete mai dire “poverini”, cosa che peraltro i detenuti per primi non vogliono sentirsi dire. Piuttosto, hanno bisogno di sentirsi riconosciuti come esseri umani, che hanno diritto al rispetto, a un racconto, a una possibilità di riscatto.<br />
</em><strong><br />
M.G.: Che tipo di risposta c’è stata da parte delle radio nel proporre al proprio pubblico i brani di questo meraviglioso album?<br />
</strong>M.D.L.: <em>I brani hanno girato soprattutto in rete, sulle piattaforme digitali, dove è stato distribuito da The Orchard, che poi è Sony Music, e in una serie di spettacoli dal vivo che abbiamo realizzato per ora soprattutto in Liguria. Il secondo posto al Premio Tenco e la vittoria del Premio Lunezia poi hanno contribuito molto a far conoscere il progetto. E pian piano anche le radio si stanno accorgendo che c’è bisogno, come dicevi tu all’inizio, di tornare ai contenuti. Anche e soprattutto se sono scomodi. </em></p>
<p><strong>M. G.: Quali sono i progetti per il futuro? E’ in previsione un nuovo bando per il 2023/2024?</strong><br />
M.D.L.: <em>I progetti sono moltissimi. Sicuramente ci sarà un nuovo bando, che lanceremo probabilmente entro la prossima primavera. Prima, con Paolo Bedini di Baracca &amp; Burattini, speriamo di riuscire a realizzare il seguito dell’album uscito lo scorso anno, per poi riportare queste canzoni dove tutto è iniziato: nelle carceri, alle persone detenute, per un messaggio di speranza, che mi sembra sempre più urgente non solo per chi sta “dentro”, ma anche per chi sta “fuori”.</em></p>
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		<title>La riforma Cartabia istituzionalizza il modello della giustizia riparativa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Proposte UILS]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jul 2023 09:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia e riforme istituzionali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo di riforma della giustizia penale e modello riparativo con la Dott.ssa Mariantonietta Cerbo, già</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parliamo di riforma della giustizia penale e modello riparativo con la Dott.ssa Mariantonietta Cerbo, già dirigente penitenziario presso Uffici di Esecuzione Penale Esterna e direttrice di Uffici Regionali dell’Amministrazione Penitenziaria in Lombardia, Marche, Abruzzo e Molise; socia fondatrice e Consigliera Tesoriere del Centro Europeo Studi Penitenziari – CESP di Roma, membro FIDU &#8211; Federazione Italiana Diritti Umani ed attuale incaricata del settore di lavoro “carcere” presso il Partito Socialista Italiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: Egregia Dott.ssa Mariantonietta Cerbo, intanto la ringrazio per la sua disponibilità e le faccio i complimenti per la sua vita dedicata alle tematiche penitenziarie e all’impegno politico. La riforma della giustizia penale si pone l’obiettivo di accorciare le tempistiche dei processi penali, per questa ragione la novella introduce numerosi meccanismi deflattivi mentre la giustizia riparativa sembra andare in una direzione opposta. E’ proprio così?</strong><br />
<span style="font-size: 14pt;">M.C.: <em>Non la vedo in questo modo. Infatti, la riforma consente al giudice della cognizione di applicare anche pene sostitutive delle pene detentive brevi, che rientrano nel modello di giustizia riparativa particolarmente la pena sostitutiva del L.P.U. Si aggiunga che quando la pena sostitutiva comminata scende al di sotto dei tre anni è suscettibile di trasformarsi in affidamento in prova al servizio sociale con accesso dalla libertà anche su proposta del P.M. ai sensi delle nuove previsioni. L’effetto deflattivo dei processi, pertanto, è assicurato e il modello di giustizia portato avanti dalla Ministra Cartabia dimostra di essere non in contrasto, bensì coerente con gli obiettivi di celerità auspicati. La riforma ha, pertanto, contribuito a sistematizzare un nuovo modello raccordandolo con le prime prescrizioni di giustizia riparativa, già presenti in nuce nell’Ordinamento Penitenziario del 1975, basi pensare all’art. 47 c. 7 O.P. che prevede che “l’affidato si adoperi in quanto possibile in favore della vittima del suo reato”. Nella mediazione penale, che è parte del modello di giustizia riparativa, può ravvisarsi un ostacolo alle esigenze di celerità laddove la vittima frapponga resistenze al percorso di riparazione dell’offesa. Tuttavia, nell’economia di una riforma assai complessa credo  che ciò che avrà più impatto sarà l’ampliamento dell’ambito di applicazione dell’istituto della messa alla prova con la sospensione del procedimento, che vede al centro del programma di trattamento previsto lo svolgimento di L.P.U. come riparazione simbolica nei confronti della vittima nonché dell’ intera comunità di appartenenza.</em></span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 14pt;"><strong><em>La Dott.ssa Mariantonietta Cerbo, sociologa esperta del settore penitenziario, ci illustra </em></strong><strong><em>il ruolo dell’intervento apportato dalla legge n. 134/2021 e dal d.lgs. n. 150 del 2022 </em></strong><strong><em>nel superare i modelli retributivo e rieducativo</em></strong></span></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G. Questa sistemazione risponde alle aspettative? Secondo Lei è un buon risultato?</strong><br />
<span style="font-size: 14pt;">M.C.:</span><em><span style="font-size: 14pt;"> Gli effetti che nascono dall’esito positivo di un programma di giustizia riparativa mettono in luce che nasce un nuovo modello penale. Esso offre percorsi atti a favorire la definizione anticipata del procedimento e, insieme, permette di sviluppare un percorso interiore del reo verso una presa di coscienza del disvalore della propria azione antigiuridica. Basti pensare che il reo aderisce ad un programma con la volontà di ricucire lo “strappo” che il suo reato ha prodotto in seno alla società. I nuovi percorsi di definizione anticipata del procedimento si aggiungono a istituti già  esistenti come l’estinzione del reato per condotte riparatorie ex art. 162 ter c.p., perciò non posso che ravvisare un buon risultato complessivo. In riferimento all’esecuzione penitenziaria, l’ampliamento apportato della riforma Cartabia, in particolare con il nuovo art. 15 – bis O.P., si pone organicamente ed in continuità con un percorso precedente che ha fatto da apripista. Mi preme ricordare che la possibilità di partecipazione dei ristretti a programmi di natura riparativa con lo svolgimento di L.P.U. era già presente con gli artt. 20 ter e 21 c. 4ter dell’ Ordinamento Penitenziario.</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: Dopo il record di suicidi del 2022, da più parti si è parlato di “situazione insostenibile” delle carceri italiane. Secondo Lei quali sono i settori nei quali si deve intervenire, al di là della riforma?</strong><br />
<span style="font-size: 14pt;">M.C.: <em>Si parla costantemente dei suicidi nelle carceri, tuttavia si fatica a individuare le risposte a un problema che origina dal disagio causato da molteplici fattori. Anzitutto, il disagio psichico che colpisce detenuti e anche operatori penitenziari, in particolare quelli addetti alla vigilanza che svolgono un lavoro estremamente usurante sul piano psicologico. In secondo luogo, le condizioni delle carceri italiane negli ultimi anni sono andate peggiorando sotto diversi punti di vista. Vi è carenza di organico specialmente per quanto riguarda i Direttori penitenziari. L’edilizia penitenziaria necessita di una riprogettazione architettonica globale degli spazi che ne migliori la vivibilità e soprattutto la funzionalità in riferimento all’espletamento delle attività rieducative trattamentali. Sono aumentate le problematiche attinenti alla tutela della salute dei detenuti. Nella riforma Cartabia c’è la volontà di cambiare la visuale intorno al mondo delle carceri. La Ministra ha sempre detto con chiarezza che, quantunque il senso comune veda la pena come detenzione in carcere a carattere afflittivo, la Costituzione non parla  mai di pena “detentiva”, pertanto questa dovrebbe impiegata solo come extrema ratio e solo nei confronti di soggetti con carriere criminali importanti. La persona che ha commesso il reato deve risarcire la comunità civile del proprio gesto, ma la restrizione in carcere non può essere l’unica o la migliore soluzione, soprattutto per i suoi effetti stigmatizzanti e desocializzanti che producono recidiva.</em></span></p><p>The post <a href="https://www.proposte-uils.it/la-riforma-cartabia-istituzionalizza-il-modello-della-giustizia-riparativa/">La riforma Cartabia istituzionalizza il modello della giustizia riparativa</a> first appeared on <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.proposte-uils.it/la-riforma-cartabia-istituzionalizza-il-modello-della-giustizia-riparativa/">La riforma Cartabia istituzionalizza il modello della giustizia riparativa</a> proviene da <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p>
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		<title>&#8220;Lib(e)ri dentro&#8221;, un gruppo di lettura nel carcere massima sicurezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Proposte UILS]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Apr 2023 09:27:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia e riforme istituzionali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’associazione, nata per la promozione della lettura e della cultura, ha elaborato il progetto “Lib(e)ri</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><span style="font-size: 14pt;"><em>L’associazione, nata per la promozione della lettura e della cultura, ha elaborato il progetto “Lib(e)ri dentro” che persegue le finalità rieducative ai sensi dell’art. 27 della Costituzione secondo quanto stabilito dall’art. 17 dell’Ordinamento Penitenziario.</em></span></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">La Presidentessa Ivana Donati ci ha aperto le porte della sua casa di Spello e l’abbiamo intervistata insieme con la Responsabile del progetto carcere Prof. Luciana Speroni.<br />
<strong>M.G.: Gentile Prof. Ivana Donati, come nasce l’idea di estendere il vostro progetto culturale sino a fargli varcare le porte del carcere di massima sicurezza di Spoleto?</strong><br />
I.D.: <em>L’idea è nata sei anni fa, quasi per caso, dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale del il regista Giorgio Flamini fatto dai detenuti nel carcere di Spoleto in occasione del Festival dei Due Mondi. L’atmosfera claustrofobica del carcere, unita alla scenografia e alla bravura degli attori ha regalato un’emozione grandissima a tutto il pubblico che guardava lo spettacolo incredulo all’idea che quei bravissimi attori fossero autori di gravi reati. Dopo lo spettacolo abbiamo pensato di fare qualcosa con queste persone con la lettura convinte che, come il teatro, avrebbe potuto indurre un detenuto al ragionamento e alla riflessione. La nostra proposta poteva essere un mezzo per “evadere” metaforicamente dal carcere, da qui il titolo del progetto “Lib(e)ri dentro” che rende bene l’idea di come, pur essendo in carcere, si possa essere liberi con il pensiero attraverso la cultura. Questo corrisponde a ciò che poi abbiamo realizzato perché i detenuti, tramite la lettura riescono a riflettere su se stessi. Abbiamo capito che la nostra intuizione era giusta quando i detenuti ci hanno detto: “se noi avessimo letto questi libri e conosciuto Shakespeare, Dante e Leopardi, non saremmo qui”</em>.</p>
<p><strong>M.G.: Come si svolge in concreto “Lib(e)ri dentro” all’interno del carcere?</strong><br />
L.S.: <em>Gli incontri si svolgono con cadenza settimanale e hanno una durata di due ore. I volontari che si recano in carcere insieme a noi sono Chiara Bordoni, Ilenia Cariani, Rita Cerioni, Carlo Felice, Pietro Felici, Michela Mattiuzzo, Luigino Moretti, Alessandra Squarta, Simona Sclippa, Lucia Vezzoni, con il Funzionario giuridico pedagogico Tiziana Porfilio. Due o tre di noi si recano in alta sicurezza nelle aule scolastiche, dove ci attendono circa dodici persone. Altri due vanno invece nelle sezioni protette dove si trovano i collaboratori di giustizia, in un’ aula diversa. Naturalmente queste due categorie di detenuti non possono incrociarsi e gli agenti raggiungono occasionalmente le aule per controllare che tutto vada bene. Di solito si legge e commenta insieme il libro che si è proposto, successivamente si apre il dibattito insieme all’autore del libro.</em></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 14pt;"><em>L’Associazione “FulgineaMente” è un’associazione culturale tutta al femminile nata a Foligno nel 2015 per iniziativa dell’insegnante di lingua e letteratura francese Ivana Donati.</em></span></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>M.G.: Che tipo di libri proponete ai detenuti e qual è se c’è il loro gusto prevalente rispetto alla letteratura?<br />
</strong> L.S.: <em>Di norma la proposta del libro proviene da noi offrendo autori contemporanei con i quali è possibile poi realizzare gli incontri. Gli autori vengono coinvolti grazie ai progetti letterari e le iniziative promosse da “FulgineaMente”. Altre volte la proposta di lettura proviene dai detenuti, ad esempio, ci è stato chiesto di leggere insieme la Divina Commedia, così abbiamo esaudito questo desiderio portando in carcere due insegnanti di Foligno. Il nostro gruppo è composto da circa 30 detenuti, molti di loro, specialmente gli appartenenti all’alta sicurezza, sono laureati o istruiti, quindi rispondono meglio a letture complesse e più impegnative.</em></p>
<p><strong>M.G.: Cosa trovano i detenuti nelle letture ragionate dei testi insieme a voi?</strong><br />
I.D.: <em>Noi proponiamo ed accogliamo prevalentemente richieste di libri che permettono ai detenuti di riflettere sulla loro vita, di ragionare sul passato, il presente e il futuro. L’aspetto più importante del progetto è certamente costituito dalla condivisione della lettura con noi membri del gruppo e l’autore del libro. In effetti, quando si legge un libro ciascuno di noi si identifica con aspetti che emergono dal testo e desidera approfondirli. Per questa ragione tendiamo a privilegiare libri scritti da autori locali perché con loro è più semplice trovare un appuntamento per fare gli incontri. Grazie a questo metodo di lavoro i detenuti trovano sempre argomenti di loro interesse su cui confrontarsi. Inoltre, grazie i progetti letterari portati avanti da “FulgineaMente” per le scuole e la città di Foligno abbiamo avuto l’opportunità di portare in carcere autori di fama nazionale come Vito Mancuso, Giovanni Dozzini e abbiamo in programma incontri con Daniele Mencarelli e Licia Troisi.</em></p>
<p><strong>M.G.: In che modo “Lib(e)ri dentro” riesce a fornire un sostegno morale ai detenuti e come li aiuta rispetto al futuro reinserimento nella società?</strong><br />
I.D.: <em>Per i detenuti questo tipo di progetto rappresenta una finestra sul mondo. Portando la cultura all’interno del carcere essi riescono ad “uscire fuori” perché hanno un contatto con l’esterno. Nel carcere di Spoleto si realizza una completa separazione con il mondo e ogni oggetto – anche i libri – sono accuratamente controllati prima di essere introdotti negli spazi carcerari. Sotto il profilo rieducativo non si può nascondere che il carcere sia un’irripetibile occasione di crescita per molti autori di gravi delitti che non hanno avuto l’opportunità di andare a scuola. Spesso i detenuti ci dicono:”solo la scuola ci poteva salvare” e anche da questo emerge il tipo di sostegno morale offerto da “Lib(e)ri dentro”. E’ uno scambio reciproco: dopo i primi incontri abbiamo scoperto che anche noi stavamo crescendo insieme a loro.</em></p><p>The post <a href="https://www.proposte-uils.it/liberi-dentro-un-gruppo-di-lettura-nel-carcere-massima-sicurezza/">“Lib(e)ri dentro”, un gruppo di lettura nel carcere massima sicurezza</a> first appeared on <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.proposte-uils.it/liberi-dentro-un-gruppo-di-lettura-nel-carcere-massima-sicurezza/">&#8220;Lib(e)ri dentro&#8221;, un gruppo di lettura nel carcere massima sicurezza</a> proviene da <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p>
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		<title>Senza voce. Un appello dall’Iran.</title>
		<link>https://www.proposte-uils.it/senza-voce-un-appello-dalliran/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=senza-voce-un-appello-dalliran</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elena Coniglio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 14:23:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Amir-Abbas Azarmvand]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[donnavitalibertà]]></category>
		<category><![CDATA[giornalista]]></category>
		<category><![CDATA[inchiesta]]></category>
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		<category><![CDATA[regime]]></category>
		<category><![CDATA[repubblica islamica]]></category>
		<category><![CDATA[sindacati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Proposte N. 2 &#8211; Febbraio 2023 La richiesta ai media occidentali di non tacere.</p>
<p>The post <a href="https://www.proposte-uils.it/senza-voce-un-appello-dalliran/">Senza voce. Un appello dall’Iran.</a> first appeared on <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.uils.it/periodico-proposte-uils-n-2-febbraio-2023/">Proposte N. 2 &#8211; Febbraio 2023</a></p>
<p style="text-align: justify;">La richiesta ai media occidentali di non tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Amir-Abbas Azarmvand, giornalista e prigioniero politico marxista detenuto insieme a molti colleghi e attivisti iraniani nel carcere di Rajayi Shahr, si è inimicato il regime a causa delle sue pubblicazioni. La sua storia s’intreccia con le rivendicazioni e le proteste dei lavoratori, con le donne in rivolta, con la parte più svantaggiata e povera della popolazione iraniana.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ad oggi sono più di seicento i nomi accertati e pubblicati delle persone assassinate dalla brutale repressione poliziesca del regime della Reppubblica Islamica iraniana. Oltre 16.000 le persone arrestate. Ciascun nome, ogni storia umana straziata, lascia un segno e un profondo senso di amarezza. Poi prende un senso di disgusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le singole crudeltà delle quali veniamo a conoscenza attraverso la stampa sono indicibili, così come la ferinità con la quale il regime si accanisce sulla popolazione in rivolta. Violenza che si connota anche di particolari declinazioni, striscianti e di più antica data. Essa è infatti più aspra nei confronti degli strati più poveri, verso lavoratori e operai, così come contro coloro che hanno cercato di far emergere le contraddizioni del regime attraverso le loro ricerche e il lavoro d’inchiesta, i giornalisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra loro, Amir-Abbas Azarmvand, giornalista economico e detenuto politico nel carcere di Rajayi Shahr. Un nome ed una storia che ci giungono in queste ultime settimane dall’Iran, attraverso le voci di persone a lui vicine e che fino ad ora hanno trovato a fatica spazio tra le notizie a causa del suo orientamento politico. Giornalista economico marxista per SMTnews<a href="https://www.smtnews.ir/" name="_ftnref1">[1]</a>, il suo lavoro si rivolge principalmente ad analisi relative all’impatto delle politiche economiche sulle masse lavoratrici, e sulla classe operaia in particolare. Ha indagato in merito al divario di genere nell’occupazione e alle condizioni di vita delle lavoratrici in diversi settori, concentrandosi anche sulle baraccopoli urbane di Teheran.</p>
<h5><em><strong>Le lotte sindacali e l&#8217;attivismo contro la privatizzazione.</strong></em></h5>
<p>Secondo le nostre fonti, persone a lui molto vicine,  quando le sue indagini di giornalista si sono unite all’attivismo sindacale iraniano e ai movimenti di protesta operai, il regime lo ha però preso di mira. Amir-Abbas Azarmvand, focalizzando il suo lavoro sulle classi meno agiate, quelle che oggi sono maggiormente colpite dalla repressione, ha infatti pubblicato diversi articoli sui movimenti di protesta innescati dai lavoratori di vari settori. Quelli dell’acciaio di Ahvaz, e dell’agro-industriale, dello zuccherificio di Half-tapeh, della Haft Tapeh Sugarcane Company, iniziati nel 2018, e che portarono all’interruzione della lavorazione della canna da zucchero per protestare contro il mancato pagamento dei salari, rivendicando inoltre una tutela sindacale durante il passaggio del grande gruppo industriale al settore privato.</p>
<p style="text-align: justify;">I lavoratori, come riporta un articolo dell’International Alliance in Support of Workers in Iran (IASWI)<a href="https://workers-iran.org/a-call-for-urgent-action-74-lashes-and-one-year-jail-for-42-azarab-industries-workers-in-iran/" name="_ftnref2">[2]</a>, organizzazione sindacale con sede in Canada, che chiamava le unioni operaie sindacali internazionali ad un’azione urgente di solidarietà con gli operai iraniani, in un primo momento si opposero alla privatizzazione, e una volta avvenuta, subirono un progressivo deterioramento delle loro condizioni di lavoro, unitamente a frequenti ritardi nei pagamenti dei salari. Sempre secondo questa fonte, numerosi lavoratori subirono violenze durante le proteste e venti tra loro vennero arrestati dalle forze di sicurezza. Giunse poi una condanna collettiva in violazione degli elementari diritti umani. Settantaquattro frustate, reclusione per un anno e un mese di lavori forzati per quarantadue lavoratori, che come ricorda l’articolo, furono in tal modo condannati a tortura per aver difeso i loro mezzi di sussistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il verdetto fece però un grande clamore per la sua disumanità e ingiustizia, prese a rimbalzare sui social media in Iran e spinse i gruppi sindacali a denunciarlo con forza, costringendo la magistratura a rivedere le proprie posizioni e a ritirare nel 2019 le sentenze di condanna, tra le quali compariva anche quella di ‘propaganda contro il sistema’. La testimonianza molto vicina ad Amir-Abbas Azarmvand che ci consegna le informazioni sulla sua storia, rivela però che gli attivisti sindacali e chiunque tenti di organizzare manifestazioni in sostegno dei lavoratori in Iran sia stato invece poi pesantemente criminalizzato.</p>
<h5><em><strong>Amir-Abbas Azarmvand, giornalista incarcerato con l&#8217;accusa di propaganda. </strong></em></h5>
<p style="text-align: justify;">In seguito alla pubblicazione degli articoli sulle lotte operaie iraniane e alle sue analisi economiche, Amir-Abbas Azarmvand è stato infatti arrestato a Teheran e accusato di propaganda contro il regime islamico il primo settembre 2021. Posto in totale isolamento per oltre tre settimane, è stato torturato psicologicamente e condannato a quattro anni di prigione in un processo avvenuto a porte chiuse. Presenti solo il giornalista, i pubblici ministeri e il giudice Iman Afshari.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza avvocato e senza aver potuto rivendicare il suo diritto ad un giusto processo, viene rilasciato su cauzione e resta in attesa della citazione scritta a presentarsi al temuto carcere di Evin, a Teheran. L’8 marzo 2022, arrestato una seconda volta durante una celebrazione della Giornata Internazionale della donna, viene portato nuovamente in carcere e in questo momento viene eseguita la sua condanna a quattro anni.</p>
<h5><em><strong>La brutale repressione nel carcere di Evin</strong></em></h5>
<p style="text-align: justify;">Sette mesi dopo, il 15 ottobre, il giornalista è quindi nel carcere di Evin con i diversi prigionieri politici detenuti nel ‘reparto 8’ che si sono visti coinvolti insieme al ‘reparto 7’, destinato ai carcerati ‘comuni’, in un conflitto interno seguito ad un incendio scoppiato durante la notte. Nonostante la narrazione ufficiale affermi che sia stato causato dai carcerati, che avrebbero cercato deliberatemnte di distruggere le mura che circondano la prigione, molte storie raccontate dai familiari dei prigionieri indicano invece quegli eventi quale ulteriore crimine della Repubblica Islamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso della notte infatti, i detenuti del reparto 8, dopo aver sentito rumori di combattimento e colpi d’arma da fuoco provenienti dal reparto 7, si precipitarono per osservare quanto stava accadendo al suo interno attraverso una piccola finestra. Un prigioniero, testimone della scena, sostiene <em>che “i prigionieri venivano colpiti dalla guardia della prigione e che cadevano sul pavimento come foglie davanti ai nostri occhi”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">I racconti di alcuni detenuti indicano che furono sparati colpi d’arma da fuoco attraverso le finestre della sezione 8. Oltre alla sparatoria, le forze speciali hanno iniziato a colpire i prigionieri che protestavano nel cortile e li hanno attaccati con bastoni, spranghe e oggetti contundenti. Sostengono che il colonnello Mahmoudi, capo del reparto della sezione n. 8, e Karbalaie, ufficiale di guardia, abbiano attaccato personalmente i prigionieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa duemila detenuti della sezione n.7 e n.8 sono stati forzatamente condotti in quelle ore nella palestra della prigione dove sono stati tenuti ammassati e costretti accanto ai cadavari che giacevano sul pavimento fino al mattino. Quaranta prigionieri politici del reparto n. 8, tra cui Amir-Abbas Azarmvand, insieme ad Arash Johari, Yashar Daroshafa, Abolfazl Nejadfathollah e altri che erano detenuti nella palestra, sono stati infine inviati alla prigione di Rajayi-Shahr, mentre molti dei detenuti del reparto n. 7 sono stati trasferiti nella prigione di Tehran-Bozorg.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giornalista, esiliato quella stessa notte e per l’ennesima volta senza alcun procedimento giudiziario, rischia ora insieme ad altri cinque prigionieri politici, Yashar Tohidi, Maysam Golshani, Mohammad Khani, Reza Salmanzadeh e Seyed Javad Seyedi, di dover far fronte a nuove accuse basate sull’incidente di Evin, ma che rappresentano in realtà una macchinazione volta ed estendere le loro condanne in ragione delle proteste che nel frattempo si sono estese in tutto l’Iran. I familiari ci consegnano la loro testimonianza, che a sua volta raccoglie la voce dei diversi prigionieri, per chiedere solidarietà internazionale e che q</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="applewebdata://5D8CDDCA-E3AC-4C57-BA47-C8DA783D6B4C#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="https://www.smtnews.ir/">https://www.smtnews.ir/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="applewebdata://5D8CDDCA-E3AC-4C57-BA47-C8DA783D6B4C#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <a href="https://workers-iran.org/a-call-for-urgent-action-74-lashes-and-one-year-jail-for-42-azarab-industries-workers-in-iran/">https://workers-iran.org/a-call-for-urgent-action-74-lashes-and-one-year-jail-for-42-azarab-industries-workers-in-iran/</a></p>
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		<title>Formazione professionale e lavoro: due alleati sul fronte della lotta al suicidio nelle carceri e all’esclusione sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Proposte UILS]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Dec 2022 18:21:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia e riforme istituzionali]]></category>
		<category><![CDATA[Capanne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ambito della trattazione delle questioni di attualità parliamo con il Dott. Luca Verdolini, Responsabile di</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14pt;"><strong>Nell’ambito della trattazione delle questioni di attualità parliamo con il Dott. Luca Verdolini, Responsabile di Area presso la Cooperativa Frontiera Lavoro di Perugia che si occupa di integrazione sociale ed attuazione del diritto al lavoro nei confronti delle persone più a rischio di esclusione sociale tra i quali i detenuti, gli immigrati, i disabili, i soggetti psichicamente fragili</strong></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>M.G.: Gentile Dott. Luca Verdolini, intanto complimenti per il suo lavoro: Frontiera Lavoro è l’ente più conosciuto in Umbria ad occuparsi di politiche attive del lavoro per le fasce deboli.  Quali esperienze significative può raccontare, se ve ne sono state, sulla correlazione tra mancanza di lavoro ed incremento del rischio suicidario all’interno del carcere?</em><br />
</strong>L.V.: Per quanto riguarda i suicidi, ringraziando il cielo a Perugia non ne abbiamo da alcuni anni. Certamente non si può dire lo stesso per altri istituti penitenziari della Regione. In riferimento alle nostre attività, ossia all’interno dei nostri percorsi che purtroppo non riguardano l’intera popolazione carceraria, non abbiamo mai avuto casi drammatici e fortunatamente a Capanne non ci sono stati recenti casi di suicidio tra i detenuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>M.G.: Quali sono le attività svolte ed i risultati ottenuti da Frontiera Lavoro negli ultimi anni?</strong></em><br />
L.V.: La nostra attività consiste nel far intraprendere al detenuto un percorso di crescita personale e professionale al termine del quale può ambire ad una collocazione nel mercato del lavoro. Posso testimoniare che l’inserimento all’interno di un progetto  consente di abbattere quasi totalmente la recidiva quindi chi entra in questi circuiti di reinserimento non torna a delinquere una volta che ha terminato di scontare la pena.<br />
I progetti realizzati da Frontiera Lavoro prevedono lo svolgimento di una serie di attività di formazione professionale: quello per addetto alla cucina è un po’ il nostro “fiore all’occhiello” quindi abbiamo un laboratorio attrezzato all’interno del carcere di Perugia dove i detenuti, affiancati dagli chef docenti, acquisiscono competenze professionali in questo particolare settore produttivo.  Nella nostra realtà cerchiamo in tutti i modi di valorizzare l’elemento personale e possiamo senza dubbio affermare che i detenuti che entrano in un progetto in Frontiera Lavoro fanno il loro ingresso in un’“isola felice” che, in riferimento allo specifico fenomeno del suicidio, svolge la funzione di prevenire e allontanare una simile prospettiva.</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 14pt;"><strong>Il rapporto tra il suicidio, la detenzione, il lavoro e la devianza</strong></span></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>M.G.: C’è sempre lavoro nel carcere?</em><br />
</strong>L.V.: La risposta a questa domanda è ovviamente “no”. Le percentuali sono molto piccole: il numero di 550 percorsi formativi erogati ad altrettanti detenuti è una cifra complessiva che si riferisce a ventidue anni di attività. Parliamo di 106 inserimenti lavorativi in venti anni di attività, ossia cinque persone all’anno che hanno intrapreso questo percorso di lavoro all’esterno: una goccia nell’oceano! Rispetto ad una popolazione detenuta che è di circa 1000 detenuti in Umbria, si tratta dell’uno per cento. Purtroppo il miglioramento di questa situazione è legato solo all’investimento di risorse economiche. Frontiera Lavoro gestisce un progetto all’anno e questo è pochissimo anche per incidere sul rischio di fenomeni come l’autolesionismo ed il suicidio eventualmente legati alla mancanza di prospettive lavorative<strong>. </strong>Le attività trattamentali, formative e lavorative dovrebbero essere il pernio del trattamento rieducativo e sulla “carta” è così, la legge è chiara, ma vi è un’enorme scarto con la sua concreta attuazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>M.G.: Quali sono i maggiori ostacoli all’accesso al lavoro per un detenuto al giorno d’oggi?</em><br />
</strong>L.V.: Il primo ostacolo, come accennavo prima, è certamente economico. Si tratta essenzialmente di investire risorse nella formazione o nel lavoro intramurario, con creazione di laboratori formativi e quant’altro. Il secondo ostacolo, che siamo in parte riusciti ad attenuare con il nostro lavoro riguarda il pregiudizio, inutile negarlo. In riferimento a questo come Frontiera Lavoro cerchiamo di sensibilizzare in particolare  gli imprenditori del nostro territorio e metterli a conoscenza delle agevolazioni fiscali previste dalla legge Smuraglia. Poi vi è l’incontro con i cittadini attraverso l’organizzazione di eventi. Tra questi ad esempio, vi è una cena di gala di grande successo chiamata “Golose passioni” in cui i detenuti che hanno partecipato al corso di cucina allestiscono insieme agli chef dei piatti <em>gourmet</em> in una cena aperta alla cittadinanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>M.G.: Parlando di fasce deboli della popolazione, la disoccupazione è un elemento in grado di aumentare le probabilità che questi soggetti si pongano in una condizione di devianza,  o addirittura scelgano la strada del crimine?</em><br />
</strong>L.V.: Assolutamente sì. Il lavoro oltre l’aspetto economico e di sussistenza coinvolge l’aspetto psicologico. Avere una progettualità, provare stima di se stessi, avere opportunità da cogliere, vedersi come parte sana e produttiva della società, interrompe la spirale della devianza. L’inattività invece, annulla le persone ed il crinale verso la vulnerabilità, il disagio sociale e la criminalità può essere molto ripido.</p><p>The post <a href="https://www.proposte-uils.it/formazione-professionale-e-lavoro-due-alleati-sul-fronte-della-lotta-al-suicidio-nelle-carceri-e-all-esclusione-sociale/">Formazione professionale e lavoro: due alleati sul fronte della lotta al suicidio nelle carceri e all’esclusione sociale</a> first appeared on <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.proposte-uils.it/formazione-professionale-e-lavoro-due-alleati-sul-fronte-della-lotta-al-suicidio-nelle-carceri-e-all-esclusione-sociale/">Formazione professionale e lavoro: due alleati sul fronte della lotta al suicidio nelle carceri e all’esclusione sociale</a> proviene da <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p>
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		<title>Il cimitero dei vivi: l’emergenza inarrestabile dei suicidi nelle carceri italiane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Proposte UILS]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Dec 2022 17:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Giustizia e riforme istituzionali]]></category>
		<category><![CDATA[2021]]></category>
		<category><![CDATA[2022]]></category>
		<category><![CDATA[autolesionismo]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[casi]]></category>
		<category><![CDATA[cause]]></category>
		<category><![CDATA[cimitero dei vivi]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Turati]]></category>
		<category><![CDATA[focus]]></category>
		<category><![CDATA[istituto]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[penitenziario]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’estate appena trascorsa ha registrato un drammatico aumento dei casi di suicidio nelle carceri italiane</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’estate appena trascorsa ha registrato un drammatico aumento dei casi di suicidio nelle carceri italiane fino a raggiungere il triste record di 15 suicidi nel solo mese di agosto<br />
</strong><br />
<strong>Nonostante l’emanazione di norme specifiche per la prevenzione del suicidio nelle carceri a tutti i livelli dell’ordinamento nazionale ed anche sovranazionale ci troviamo ad affrontare numeri e dati sconcertanti</strong></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il raffronto tra i dati forniti dal Garante nazionale dei diritti dei detenuti nella <em>Relazione al Parlamento 2022</em> e quelli forniti dall’Associazione Antigone Onlus nel suo <em>Dossier sui suicidi in carcere</em> nel 2022 restituisce un quadro impietoso del fenomeno suicidario nelle carceri italiane.<br />
L’<em>Appendice </em>alla <em>Relazione</em>, nel suo “Focus suicidi” relativo al 2021, riporta un numero di casi pari a 59, di cui ben 13 erano persone in attesa del primo grado di giudizio.<br />
Il <em>Dossier</em> d’altro canto, documenta un’accelerazione: con 59 casi di suicidio accertati in riferimento ai primi otto mesi del 2022 è stato raggiunto con largo anticipo il totale dei casi del 2021. Trentaquattro di essi riguardavano peraltro detenuti sottoposti a misura cautelare. Ai suicidi devono aggiungersi anche i 1.078 tentativi sventati nel corso del 2022. Tali tentativi concorrono a tratteggiare i contorni di un fallimento conclamato che non accenna a migliorare tenuto conto che nel 2021 il c.d. Tasso di incidenza è stato in linea con la crescita registrata nei quattro anni precedenti, e che attualmente il numero dei suicidi che avvengono in carcere è 16 volte più alto rispetto alla società esterna.<br />
Il progresso degli studi medici e criminologici in campo penitenziario ha consentito di individuare i fattori che possono contribuire ad innalzare il rischio suicidario tra i ristretti. Essi sono stati ravvisati soprattutto nel momento che precede e in quello che segue il passaggio in giudicato della sentenza; nella carcerazione in attesa di giudizio; nel momento che precede o segue il trasferimento da un Istituto ad un altro; nell’avvicinarsi del fine pena; nel sovraffollamento; nelle difficoltà nell’usufruire degli elementi del trattamento rieducativo e nel mancato godimento di diritti e benefici; nelle scarse possibilità di lavoro; nella sistemazione in cella singola.<br />
Sulla base di queste conoscenze già la <em>Risoluzione “Standard Minimum Rules For The Treatment Of Prisoners”</em> adottata dall’ONU il 30 agosto 1955 poneva in evidenza la necessità di integrare il personale degli istituti penitenziari con un numero sufficiente di specialisti, psichiatri, psicologi, assistenti sociali e criminologi clinici.<br />
Anche il nostro Paese adeguandosi ha introdotto norme dirette al contrasto del suicidio nelle carceri. In particolare, la Riforma dell’Ordinamento penitenziario del 1975 ed il successivo Regolamento attuativo disciplinano istituti innovativi come il c.d. colloquio di primo ingresso per verificare la capacità individuale di affrontare lo stato di restrizione, al quale si affianca il c.d. presidio psicologico, che si rivolge agli imputati in stato di custodia cautelare ed ai detenuti ed internati provenienti dalla libertà. Con la Circolare del 30 dicembre 1987 n. 3233/5683 è stato istituito il “Servizio nuovi giunti”, che si attiva nei confronti di tutti i detenuti al momento del primo ingresso in istituto.<br />
In tempi recenti, la prevenzione specifica del rischio autolesivo è stata affrontata con Circolari del DAP <em>ad hoc</em>, e con l’adozione nel 2017 del “Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti” il quale ha delineato un particolare modello di intervento delle istituzioni sanitarie e penitenziarie nell’elaborazione del profilo suicidario e nella prevenzione del rischio.<br />
Tuttavia, vi è uno scarto tra le prescrizioni della legge e la loro attuazione. Una delle cause principali risiede nel fatto che le figure investite del compito di prevenire il suicidio all’interno delle carceri sono presenti in un numero assai inferiore all’organico previsto.</p>
<blockquote><p><strong>Il carcere è stato definito il «grande assente» della campagna elettorale</strong></p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Viene denunciata la carenza strutturale di personale di polizia penitenziaria &#8211; gli operatori maggiormente a contatto con i detenuti-, l’inadeguata copertura dei ruoli di Direttore penitenziario, educatore e psicologo, nonché l’inadeguata presenza di medici di base. A ciò si aggiunge l’insufficienza dello strumento “principe” nel trattamento dei detenuti: il lavoro e la formazione professionale.<br />
Negli ultimi mesi dell’anno sono state assunte nuove unità destinate a sopperire al turnover dell’area tratta mentale, nonostante ciò, la persistente penuria di personale che svolge una funzione di controllo, di aiuto e di confronto col mondo esterno deve essere annoverata tra le principali cause dell’incremento del tasso di incidenza suicidaria riscontrato negli ultimi cinque anni.<br />
Potrebbe apparire retorico concludere che i detenuti siano abbandonati a se stessi in un sistema nel quale l’elemento morale ed umano è stato soppiantato da un criterio di efficienza tecnico-burocratica, ma il fatto che la Magistratura di sorveglianza sia stata esclusa dalla riforma dell’Ufficio del processo nella Riforma della giustizia penale depone decisamente a favore di questa ipotesi, dal momento che il complesso dei diritti riconosciuti ai detenuti manca di strumenti efficaci per la loro concreta attuazione.<br />
Alla luce di quanto esposto risuonano di scottante attualità le parole pronunciate dal leader socialista Filippo Turati alla Camera dei Deputati il 18 marzo 1904, nello storico discorso conosciuto come “<em>Il cimitero dei vivi”: “[…] noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice […]”.</em></p><p>The post <a href="https://www.proposte-uils.it/il-cimitero-dei-vivi-lemergenza-inarrestabile-dei-suicidi-nelle-carceri-italiane/">Il cimitero dei vivi: l’emergenza inarrestabile dei suicidi nelle carceri italiane</a> first appeared on <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.proposte-uils.it/il-cimitero-dei-vivi-lemergenza-inarrestabile-dei-suicidi-nelle-carceri-italiane/">Il cimitero dei vivi: l’emergenza inarrestabile dei suicidi nelle carceri italiane</a> proviene da <a href="https://www.proposte-uils.it">Proposte-UILS</a>.</p>
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