Epicentri sismici e geopolitici tra Siria e Turchia

Epicentri sismici e geopolitici tra Siria e Turchia

| Terremoti, aiuti umanitari e sanzioni |

Dopo la calamità, sorge nuovamente il dibattito riguardante gli aiuti umanitari negati alla Siria per via delle sanzioni ormai decennali contro il Paese.

Nella notte tra il 5 e il 6 di febbraio, il sud della Turchia e il nord-ovest della Siria sono state colpiti da due forti scosse di terremoto: la prima ha registrato una magnitudo di 7,8 Mww – in una zona limitrofa a Gaziantep, a 90 km dal confine con la Siria – e la seconda è stata di magnitudo 7,5 Mww.

Già in passato, questi due Paesi sono stati protagonisti di terremoti, in particolare quello in Siria dell’anno 1822 aveva ucciso il 68% della popolazione: l’epicentro risulta collocato nell’incrocio tra i margini della placca anatolica, araba e africana.

Al momento presente, un paio di mesi dopo la calamità, oltre 50.000 sono le vittime accertate – di cui la maggior parte in Turchia –, mentre i feriti sono più di 120.000; secondo UNICEF, ci sono 850.000 bambini sfollati e sono tra coloro che si trovano nelle condizioni peggiori.

La differenza tra Turchia e Siria, però, è che la prima è attrezzata per rispondere alle necessità della popolazione con rifugi temporanei, medici e servizi di base, mentre la seconda si trova in una situazione completamente differente.

Dal 2011, infatti, la Siria è soggetta alle sanzioni europee e statunitensi contro il governo – per molti regime – di Bashar Al-Assad: proprio nel 2011 erano scoppiate delle proteste sulla scia delle primavere arabe che avevano preso piede in altri Paesi del Medio Oriente; da lì, si erano poi formati i gruppi dei cosiddetti “ribelli”, successivamente finanziati anche da parti terze – tra cui anche milizie dell’ISIS nel 2014 – che si opponevano e si oppongono tuttora ad Assad.

In questo modo, la guerra in Siria è diventata il conflitto più mortale del XXI secolo, raggiungendo, entro il 2021, un bilancio di 600.000 vittime e milioni di rifugiati. È inoltre un territorio in cui vari Paesi terzi tengono le proprie truppe: tra questi, vi sono Russia, Iran, Turchia e Stati Uniti, oltre a gruppi paramilitari che sostengono le varie fazioni. Proprio la Russia e gli Stati Uniti hanno dichiarato, nel 2017, che l’ISIS era stato sconfitto, e ciò aveva fatto sì che le forze militari del governo di Assad ripristinassero il controllo sul territorio del Paese.

In questo momento, però, se gli Stati Uniti hanno deciso di allentare le sanzioni per sei mesi – solo in quanto a fondi trasmessi per via bancaria –, l’Unione Europea continua imperterrita con queste misure ultradecennali, ostacolando l’arrivo di aiuti umanitari. Secondo l’UNICEF, proprio in Siria sarebbe necessario un intervento urgente e consistente, che però tarda ad arrivare sia in quanto a beni primari, sia in quanto alla possibilità di ricostruire edifici o costruirne alcuni per le persone che ora sono senza casa: oltre ai danni del terremoto, già da anni e per via dei disagi della guerra, la Siria fa i conti con il maggiore numero di sfollati interni al mondo (6.8 milioni di persone sfollate, tra cui quasi 3 milioni di bambini).

Il 7 febbraio, la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa hanno chiesto ai Paesi occidentali di revocare le sanzioni; dall’Italia, comunque, sono partiti due aerei militari con aiuti diretti a Beirut, che poi vengono trasportati in Siria: speriamo sia un segno di apertura volto a capire che le sanzioni non servono a per mettere in ginocchio un Paese o un capo di Stato, bensì solo e soltanto il popolo.

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Maria Casolin