L’Afghanistan sconvolto dai talebani ridisegna la geopolitica asiatica

L’Afghanistan sconvolto dai talebani ridisegna la geopolitica asiatica

La ripresa del potere da parte dei talebani in Afghanistan dopo vent’anni è stata un evento che, nonostante la prevedibilità causata dal ritiro delle truppe USA in seguito all’accordo di Doha dello scorso anno, ha colto di sorpresa anche gli studiosi più esperti della situazione geopolitica del Paese per la velocità con cui è avvenuta.

L’atteggiamento dei talebani è l’incognita che permetterà di interpretare le relazioni tra l’Afghanistan e gli Stati più ad esso legati da interessi economici e politici.

Afghanistan, miliziani talebani a Kabul
Afghanistan, 19 agosto 2021. Miliziani talebani a Kabul. Fonte: Skynews.


La crisi umanitaria in Afghanistan non è iniziata nei giorni appena precedenti alla presa di Kabul da parte dei talebani, e nemmeno qualche mese fa, con l’inizio della ritirata delle truppe USA a maggio.

Quando lo scorso inverno abbiamo letto delle violenze della polizia croata lungo la rotta balcanica, ebbene lì c’erano migranti afghani, per lo più giovani ragazzi, che hanno attraversato tra infiniti pericoli migliaia di km con il sogno di raggiungere in sicurezza un’Europa che avrebbe potuto garantire loro libertà.

Con la presa di Kabul da parte dei talebani lo scorso 15 agosto il motivo per cui questi migranti hanno intrapreso questo viaggio disperato è diventato lampante per il mondo intero.

L’accordo di Doha: un ritorno annunciato

Il loro ritorno dopo vent’anni in realtà non era esattamente una sorpresa: l’accordo di Doha firmato il 29 febbraio 2020, mentre il mondo aveva gli occhi puntati sull’allora paurosa novità della Covid, aveva come interlocutori l’allora amministrazione USA comandata da Donald Trump e il nuovo presidente de facto dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, il talebano Abdul Ghani Baradar.

Questo accordo prevedeva la ritirata delle truppe USA dall’Afghanistan in cambio di alcune condizioni (piuttosto favorevoli) per i talebani, come il rilascio di molti dei suoi militanti, fatti prigionieri dal 2001.

Gli esperti che hanno analizzato le clausole di questo documento vi hanno individuato possibili fattori di aumentata instabilità che effettivamente hanno portato a una nuova scalata al potere, solo non si immaginava che le ultime città a cadere lo avrebbero fatto a distanza di poche ore l’una dall’altra.

Con le immagini dell’ingresso dei talebani a Kabul, le narrazioni si sono fatte piene di domande sull’evoluzione della forza della nuova leadership. Molto dipenderà dalle relazioni che i talebani intesseranno con Paesi che storicamente hanno interessi o influenze in Afghanistan: Cina, Russia, Iran, India, Pakistan, Turchia.

Con gli USA che si sono messi fuori gioco, la domanda principale è cosa faranno adesso le due grandi rivali Russia e Cina, per esempio.

29 febbraio 2020, la firma dell'accordo di Doha tra USA e talebani. Fonte: Il Foglio.
29 febbraio 2020, la firma dell’accordo di Doha tra USA e talebani. Fonte: Il Foglio.

Cina

Per la Cina la maggior preoccupazione è dovuta ad una potenziale crescente instabilità nella regione a maggioranza uigura, lo Xinjiang, che confina proprio con l’Afghanistan grazie a una lingua di terra stretta e lunga denominata Corridoio del Wakhan.

E la preoccupazione è tale che, come scriveva Alex Small nel suo libro del 2020 “The China Pakistan Axis”, la Cina si preoccupa anche della stabilità politica a lungo termine del Pakistan, culla della formazione delle milizie talebane per oltre mezzo secolo.

Russia

Anche Mosca, nei giorni subito successivi alla definitiva presa di potere talebana, non ha dato forti segnali di approvazione o di disapprovazione. Ricordiamo però che, mentre le ambasciate di mezzo Occidente sono state chiuse ed evacuate nelle ore in cui i talebani hanno fatto ingresso a Kabul, l’ambasciata russa è rimasta e senza riduzioni di personale, come ha ricordato Dmitrij Zhirnov, ambasciatore russo a Kabul.

Una relativa tranquillità che deriva da una dialogo tra russi e talebani che va avanti dal 2017, come ha ricordato la politologa Mara Morini su Domani (“Mosca apre ai talebani per tutelare la stabilità dell’Asia Centrale”). E di fatto anche la Russia punta i propri occhi sull’Afghanistan perché teme che un’esacerbazione dei rapporti tra talebani e comunità di uzbeki e tagiki in Afghanistan porti instabilità anche in Uzbekistan e in Tagikistan.

Turchia

La Turchia di Erdogan potrebbe trovare un buon interlocutore nei talebani, soprattutto se andiamo a guardare la dimensione della crisi umanitaria che questo nuovo governo ha causato.

Milioni di persone erano in fuga dall’Afghanistan già dopo le prime ore del 15 agosto.
Le condizioni per uscire dal Paese sono state rese ostiche proprio dai talebani stessi che nei giorni successivi hanno presidiato l’aeroporto e impedito a molte persone di fuggire liberamente, come invece previsto da una clausola dell’accordo di Doha e come un portavoce talebano aveva dichiarato ai media in conferenza stampa.

I turchi potrebbero essere molto interessati proprio ad avere il controllo dell’aeroporto di Kabul e, in generale, delle frontiere, essendo la Turchia un passaggio obbligato proprio per chi, ad esempio, intraprende la rotta balcanica.

 

Afghanistan. La disperazione dei civili nel tentativo di fuga. Fonte: La Stampa.
Afghanistan. La disperazione dei civili nel tentativo di fuga. Fonte: La Stampa.

India e Pakistan

Il nuovo insediamento del regime talebano non è una buona notizia per l’India, paese storicamente rivale del Pakistan. La grande difficoltà degli indiani sarà quella di dover eventualmente riconoscere ufficialmente il governo talebano, soprattutto se lo faranno anche le concorrenti Cina e Russia. La via del dialogo con i talebani sembra la più probabile per il momento.

Da vedere anche le prossime mosse dei talebani però. Sono infatti sono consapevoli che, pur volendo dominio nazionale e non internazionale, hanno bisogno di creare buoni rapporti di vicinato. Se però l’India dovesse riconoscere i talebani, il rischio è che questi possano rinforzare la rete terrorista del Kashmir.

Iran

Per quanto riguarda l’Iran, a stragrande maggioranza sciita e per questo non ben visto dai talebani, sunniti, due cose. In primis notare come questa distanza culturale sia il motore dell’efferatezza delle persecuzioni talebane nei confronti del gruppo etnico degli Hazara, afghani del centro-ovest.

In secundis, come sottolinea Camille Eid su Avvenire (“I patti di Doha e il giallo sul confine con l’Iran. Domande e dubbi”), il cuor leggero degli USA che battono in ritirata senza preoccuparsi del fatto che Teheran potrebbe approfittare di questa lauta opportunità.

L’ultima questione che dovremmo porci è: ciò che Cina e India temono per le radicalizzazioni terroristiche può essere vero anche per un ritorno di Al Qaeda e di Isis? Mentre il quadro futuro è più incerto che mai, sappiamo per certo che i talebani hanno scombinato molte pedine nella scacchiera della geopolitica.

 

Francesca Staropoli

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Francesca Staropoli