Yemen. Un nuovo teatro di guerra?

Yemen. Un nuovo teatro di guerra?

La guerra fra Israele e Hamas supera i confini di Gaza, con i ribelli Houthi che dallo scorso ottobre attaccano le navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Dopo un ultimatum ignorato, arriva la risposta di una coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito. A livello internazionale si teme un’escalation.


Sono le 2:30 (ora locale) del 12 gennaio quando una coalizione di dieci Paesi guidata da Stati Uniti e Regno Unito bombarda con 150 missili 60 obiettivi sensibili dei ribelli Houthi in Yemen. In una dichiarazione congiunta, gli alleati hanno dichiarato che l’operazione, condotta in uno scenario di particolare tensione regionale, aveva come obiettivo quello di “rispristinare la pace nel Mar Rosso e prevenire l’escalation”.

Dopo che lo scorso 7 ottobre si è riaccesa la guerra che da anni infiamma Israele e Palestina, gli Houthi non hanno esitato a mostrare il loro supporto allo Stato arabo. Così, il 17 ottobre i ribelli yemeniti hanno inaugurato una serie di attacchi missilistici contro numerose navi commerciali e cargo transitanti nel Mar Rosso, che sarebbero durati mesi. A rimetterci sono i traffici commerciali mondiali. Dall’inizio dell’offensiva, infatti, le navi si sono viste costrette a deviare rotta e a circumnavigare l’Africa. Allungando il percorso di oltre 5.500 km e i tempi di due settimane, vien da sé, quindi, che anche il prezzo finale dei prodotti risulti maggiorato, causando gravi danni ai Paesi interessati, fra cui l’Italia.

Gli Houthi

Nato negli anni Ottanta in opposizione all’influenza crescente dell’Arabia Saudita in Yemen, il gruppo ribelle prende il nome dal suo fondatore, Hussein Badreddin al-Houthi. L’ascesa al potere è incentivata dalla situazione politica drammatica in cui riversa il Paese, che nel 2012 durante la Primavera Araba vede il governo di Ali Abdullah Saleh crollare. Il vuoto di potere degli anni successivi porta gli Houthi alla conquista della capitale Sana’a, provocando una guerra civile che vede da un lato i ribelli sostenuti dall’Iran e dall’altro il governo riconosciuto a livello internazionale e una coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Le aggressività si attenuano solo nel 2022, pur riprendendo a fasi alterne fino allo scorso anno. La conta dei morti dall’inizio delle tensioni ha superato le 100.000 unità. Al momento ad aver giovato dei disordini sono gli Houthi che controllano le zone più importanti del Paese, fra cui la capitale.

Houthi Yemen

Il gruppo dei ribelli, che conta circa 20.000 combattenti, si inserisce all’interno del più ampio “Asse della Resistenza” di cui fanno parte anche l’Iran, Hezbollah e altri attori che ad oggi risultano essere minori. Uniti da due nemici in comune – Israele e gli Stati Uniti –, i componenti dell’Asse al momento rappresentano la prima incognita in termini di escalation del conflitto a Gaza. Infatti, l’obiettivo dei numerosi attacchi degli Houthi è, oltre che sostenere Hamas, proprio quello di danneggiare gli avversari. Non a caso il commercio americano passa per l’80-90% via mare. Con questa mossa, poi, il gruppo mira a farsi conoscere a livello internazionale come attore di rilevanza nella regione e a distogliere l’attenzione della popolazione yemenita sui problemi interni.

La risposta della coalizione

La risposta della coalizione arriva dopo un ultimatum ignorato. I “raid del nemico” – così li ha definiti il portavoce militare degli Houthi – hanno provocato cinque morti e sei feriti fra i ribelli. «L’operazione è stata condotta con successo» ha dichiarato poi il Presidente Joe Biden. Tuttavia, come riporta il New York Times, un’analisi riservata del Pentagono suggerisce altro. Nonostante gli attacchi degli alleati abbiano distrutto o per lo meno danneggiato il 90% degli obiettivi colpiti, gli Houthi hanno mantenuto circa tre quarti delle loro capacità di lanciare missili e droni. Non c’è da stupirsi, quindi, se il 16 gennaio i ribelli sono tornati all’attacco, colpendo un mercantile greco. «Continueremo ad adottare tutte le misure necessarie per difendere il nostro amato Yemen e confermiamo la nostra solidarietà al popolo palestinese offeso» ha dichiarato Yahya Sarea, portavoce del gruppo. Questo ennesimo gesto di resistenza ha dato il via ad una serie di reazioni americane, che in neanche una settimana hanno attaccato quattro volte.

«Non stiamo cercando né una guerra né di espandere il conflitto in corso» aveva detto John F. Kirby, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale americano. «Continueremo a difenderci e a contrastarli come più appropriato».

La reazione internazionale

A livello internazionale le reazioni non si sono fatte attendere. Iran e Turchia hanno condannato i bombardamenti degli alleati. La Russia ha convocato con urgenza una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, definendo la mossa “un nuovo esempio di distorsione anglosassone delle risoluzione dell’Onu e del disprezzo per il diritto internazionale”. Cina e Francia si sono dimostrate preoccupate per un’escalation. E se per il momento, almeno da parte americana, non sembra ve ne sia l’intenzione, un ex addetto dell’esercito in pensione, Adam Clements, ha dichiarato al NYT: «Non si può fare molto con una sola campagna aerea».

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Chiara Conca