“La mia fede politica, che più della mia stessa vita, mi preme”. Pertini e la grazia rifiutata

“La mia fede politica, che più della mia stessa vita, mi preme”. Pertini e la grazia rifiutata

Sandro Pertini e la grazia rifiutata

«L’uomo che ha una cultura
deve più degli altri essere
fedele ai principi di libertà,
perché se la cultura non
crea coscienza civica,
non serve a nulla»
SANDRO
PERTINI

La storia umana del compianto presidente Sandro Pertini, nonostante gli anni passino, rimane un modello per tutti gli italiani che aspirano ad una politica giusta e onesta. Retorica a parte, negli ultimi anni l’Italia si è trovata di fronte a politici che poco o niente hanno avuto in comune con i personaggi che dal dopoguerra ad oggi hanno governato e combattuto dalla parte dei cittadini.

Partendo da queste considerazioni, riemerge con vigore nelle nostre menti la vicenda storica di Pertini, il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani, che da antifascista condannato dal regime rifiutò ogni indulgenza per non venir meno agli ideali ai quali aveva dedicato la sua intera esistenza.

La condanna e gli anni in carcere

All’epoca dei fatti Pertini si trovava a scontare  una lunga pena detentiva nel reclusorio dell’ isola di Pianosa: un uomo di soli trentasei anni ma con già alle spalle una lunga militanza antifascista, militanza che lo aveva fatto incorrere, il 30 novembre 1929, alla condanna da parte del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato a ben dieci anni e nove mesi di reclusione e a tre anni di vigilanza speciale. Fu in seguito internato nel carcere dell’isola di Santo Stefano, ma dopo poco più di un anno di detenzione fu trasferito  a causa delle precarie condizioni di salute alla casa penale di Turi e successivamente, nel novembre del 1931, presso il sanatorio giudiziario di Pianosa.

Pertini e la grazia

Pertini e la grazia

Nonostante il trasferimento, le condizioni di salute di Pertini sembravano non voler migliorare, al punto che la madre, spinta probabilmente da amici e conoscenti, si decise a presentare domanda di grazia al Duce in persona per tentare di salvaguardare la salute dell’amato figlio, che pure le aveva spesso intimato di non commettere per nessun motivo un simile “atto di debolezza”. Alla notizia della domanda di grazia avanzata Pertini, non riconoscendo l’autorità fascista e quindi il tribunale che lo aveva condannato, si dissociò pubblicamente dalla domanda di grazia con parole molto dure verso un tribunale che non aveva mai riconosciuto e verso la sua stessa madre: “La comunicazione, che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore, mi umilia profondamente. Non mi associo, quindi, ad una simile domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica, che più d’ogni altra cosa, della mia stessa vita, mi preme.

Il valore della cultura come azione ed esempio

Leggendo queste parole viene da chiedersi quale parlamentare italiano delle più recenti legislature, avrebbe il coraggio di affrontare la coraggiosa decisione di dissociarsi pubblicamente dalla propria madre che chiede la grazia per suo conto. Pertini si sentì in dovere di compiere quell’atto all’epoca, seppur in condizioni di salute molto precarie perché egli più di tutto sosteneva il valore della cultura come azione ed esempio, un dovere sulle spalle di coloro che  hanno la fortuna di poter rappresentare i cittadini con le proprie azioni: “L’uomo che ha una cultura deve più degli altri essere fedele ai principi di libertà, perché se la cultura non crea  coscienza civica, non serve a nulla”.

I sette anni di Pertini al Quirinale (1978-1985) incarnarono a pieno gli ideali espressi in gioventù e contribuirono a ricostruire tra i cittadini un senso generale di fiducia nelle Istituzioni, lo stesso che in questi ultimi anni è andato progressivamente a scomparire tra gli italiani. La causa di questa disaffezione deve essere con tutta probabilità rintracciata in una classe politica attenta principalmente a perseguire i propri interessi piuttosto che a cercare di migliorare le condizioni della popolazione che governa.

Pertini probabilmente rappresenta uno degli ultimi simboli di una politica vissuta come servizio al Paese e non come professione, esempio senza tempo di integrità morale che è ingrediente indispensabile per  una politica giusta ed efficace nei propri interventi.

Editoriale di Antonino Gasparo, Presidente UILS

 

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Redazione Proposte UILS