Plastica: gli interrogativi, l’origine e il riciclo alternativo

È un argomento all’ordine del giorno. Lo affrontano i telegiornali, le testate giornalistiche, i più famosi social network ma anche i più piccoli: “La plastica inquina!”, affermano tornando da scuola. Ma cosa conosciamo realmente di questo materiale? Nasce in tempi moderni per soddisfare logiche consumistiche o le sue radici sono radicate nel passato? Non è un materiale necessario o è efficace per la conservazione e l’igiene di prodotti alimentari e farmaceutici? I rifiuti plastici inquinano o si possono riciclare efficientemente?
Verità assolute sull’argomento risulterebbero precipitose e insussistenti qualora si trascurasse e minimizzasse parte degli aspetti di questo complesso tema.

Sin dall’età neolitica diamo forma a degli oggetti per utilizzi domestici o per meri fini accessori, nell’antichità lavoravamo la ceramica, nell’era moderna usiamo la plastica. La sua storia però inizia già nel XIX secolo. La comparsa di questo materiale innovativo non è dunque contemporanea.
Il cloruro di polivinile (PVC) fu osservato per la prima volta nel 1835 dal chimico e fisico francese Henri Victor Regnault. Furono però deludenti i primi tentativi di commercializzazione in quanto puro, si presentava troppo rigido e fragile.
La parkesina, la prima plastica artificiale, deve il suo nome al chimico inglese Alexander Parkes che nel 1856 la scoprì. Nell’800 si diffuse anche il biliardo e con esso la necessità di sostituire l’avorio delle palle da gioco, con un materiale meno raro e costoso, sia in termini economici che di vita degli elefanti, dalle cui zanne si ricava il pregiato materiale. Lo statunitense John Wesley Hyatt perseguì quest’obiettivo effettuando delle sperimentazioni sulla parkesina, riuscendo con l’invenzione della celluloide, brevettata nel 1869.
L’ascesa delle bottiglie in PET risale al 1973 ma, prima di quegli anni, tante e altre sono state le invenzioni che si sono susseguite permettendo al mondo di conoscere, per esempio, la bachelite, il cellophane, l’innovativo polipropilene isotattico dell’italiano Giulio Natta, registrato e famoso col marchio “Moplen” e il polietilene. Quest’ultimo prodotto accidentalmente per la prima volta nel 1898 dal chimico tedesco Hans von Pechmann.

Quest’excursus stringato chiarisce che le radici della plastica non sono piantate in tempi odierni. Milioni di persone l’accolsero con entusiasmo, ma poi nel tempo hanno iniziato ad emergere i suoi aspetti negativi. Tra questi, i lunghi tempi di decomposizione: dai 20 anni per la busta di plastica, ai circa 450 per il pannolino.

Nel tarantino c’è una realtà che si mobilita sia per ripulire l’ambiente dai rifiuti dispersi illegalmente dagli incivili che per riciclare in maniera alternativa flaconi e lattine.

Plasticaqquà Taranto è un gruppo informale di volontari che dal 2013 ripulisce le coste e le spiagge dei due mari della città. Convinti che non esista un metodo educativo più efficace del dare l’esempio alle nuove generazioni, mettono in atto iniziative che riguardano interventi di sensibilizzazione nelle scuole, nelle parrocchie, presso gruppi scout e in tutte quelle realtà interessate alle loro attività di informazione, valorizzazione di tratti costieri abbandonati, sviluppo sostenibile e di denuncia.
Giuseppe Internò, referente del gruppo, ci spiega cosa lo ha spinto ad imbattersi in quest’avventura ecologica: “Affacciato sulla banchina che dà sul mar Piccolo, ho contato innumerevoli rifiuti galleggianti che mi passavano davanti sospinti dalle correnti. Cassette in polistirolo, lattine, bottiglie in vetro, di plastica e confezioni di snack. Mi sono ripromesso di togliere un rifiuto dal mare ogni volta che sarei andato lì. Ho proposto sui social questo impegno e varie persone si sono accodate”.

Ha pensato a qualche soluzione alternativa per mantenere vivo il vostro modus operandi anche in tempi di pandemia?
“Da anni abbiamo avviato la campagna mediatica con l’hashtag #RadicalCicc; in molti ci inviano foto di raccolte rifiuti in solitaria. Stiamo inoltre cercando di attuare un’iniziativa a sostegno dei commercianti che hanno fatto scelte virtuose in favore dell’ambiente, ma viste le limitazioni dovute a questo periodo, non è semplice far qualcosa anche se ci stiamo lavorando”.
Lodevole è l’iniziativa dell’Ecolibreria che il gruppo ha avviato presso il Parco Cimino in collaborazione con il Gruppo Sportivo Polizia Locale del Comune e Amiu Spa TA. Il progetto prevede la donazione di un libro, tra quelli disponibili, ogni 10 bottiglie/flaconi in plastica o lattine in alluminio consegnate.
È possibile sostenere l’Ecolibreria donando libri, per perorare la causa del gruppo si può invece iniziare da piccoli gesti quotidiani come prediligere l’utilizzo di oggetti in vetro a quelli in plastica.

Giulia Lupoli

Condividi:

Giulia Lupoli